Una bella storia, triste

Oggi, dopo aver lottato due giorni contro la morte, è morto un eroe a quattro zampe, Nebbia, il meticcio maremmano giudicato “irrecuperabile” perché “mordace”, condannato alla soppressione nel canile di Donnici (Cosenza), e poi sottratto da LEIDAA all’iniezione letale. Il percorso di recupero a Borgotaro (Parma) gli aveva donato una nuova vita, a tutti Nebbia è apparso com’era veramente: un gigante buono. Confermato con il suo ultimo atto. Martedì passeggiava con la sua amica umana, l’educatrice che lo seguiva, e, probabilmente per proteggerla, ha attaccato una vipera nascosta tra l’erba. Il serpente è morto, ma Nebbia è stato morso più volte. Immediatamente soccorso e ricoverato in terapia intensiva, dove i veterinari hanno fatto tutto il possibile per salvarlo, se n’è andato in una giornata di giugno, quasi un anno esatto dopo la liberazione dal “box della morte”. Sì perché a Cosenza avrebbe pagato con l’eutanasia colpe non sue. Su richiesta della locale sezione LEIDAA, l’Azienda sanitaria provinciale aveva infine deciso di “graziare” Nebbia e di consegnarlo all’associazione che a sua volta lo aveva affidato ad un centro specializzato nel recupero di cani considerati “difficili”. Per ottenere la sospensione della sentenza di morte, richiesta nel settembre 2020, e successivamente l’autorizzazione al trasferimento ci sono voluti nove mesi di traversie burocratiche. Decisive sono state la disponibilità del Sindaco del Comune di Parenti (proprietario del cane dopo il sequestro) e la costante pressione di LEIDAA che ha commissionato una convincente controperizia per dimostrare la “recuperabilità dell’animale” attraverso un corretto percorso riabilitativo. “Nebbia era una vittima -– spiega in lacrime Gisella Grande, presidente di LEIDAA Cosenza – è stato per anni isolato in una baracca e tenuto alla catena, con un gancio che feriva la zampa anteriore destra, da un soggetto “ostile”, al quale il cane è stato prima sequestrato e poi confiscato. Con la perizia di un veterinario comportamentalista, richiesta dall’autorità sanitaria, fu riscontrata “alta pericolosità in ambito di gestione”, pronunciata “prognosi infausta” e consigliata la soppressione. In realtà – continua – la sua aggressività era la reazione ad eventi e situazioni che hanno profondamente traumatizzato il povero animale”. “In effetti – ricorda ancora Grande – il “cane morsicatore” si era lasciato docilmente condurre fuori dal box, dove aveva passato dieci mesi in isolamento, e sul “van” che l’aveva condotto verso la sua nuova casa nel parmense, senza bisogno di sedazione o di mezzi di contenimento”. A Borgotaro era diventato un cane felice, gioioso, innamoratissimo dell’amica umana che, al dunque, non ha esitato a proteggere sacrificando la propria vita.
“Questa storia commovente – commenta l’Onorevole Michela Vittoria Brambilla, Presidente di LEIDAA – conferma ciò che ho sempre pensato: non esistono razze di cani “pericolose”, solo cani addestrati per diventare pericolosi o lasciati a se stessi da proprietari negligenti. Nebbia aveva bisogno di recuperare fiducia. Ci volevano affetto, buona volontà e l’impegno di un educatore esperto. Li ha avuti. La sorte gli ha impedito di vivere, ma non di manifestare il suo carattere forte e generoso”.

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